Ferriere, in Emilia-Romagna, ha perso cinque abitanti su sei dal 1951. Lo spopolamento segue l'altitudine, non il parallelo.
Il comune italiano che dal 1951 ha perso più residenti di tutti non sta in Calabria. Sta sull'Appennino piacentino, in Emilia-Romagna, una delle regioni più ricche del Paese. Si chiama Ferriere. Al primo censimento della Repubblica contava 6.469 abitanti. Oggi ne restano 1.081, cinque persone su sei se ne sono andate.
In questi giorni l'ISTAT ha rimesso in moto il censimento permanente, e diversi Comuni cercano rilevatori, da Frosinone in giù. La cronaca ha scelto un titolo: la Calabria che perde oltre trentatremila abitanti in un anno. È un dato vero. Ma il conto lungo, quello che parte dal dopoguerra, disegna un'altra mappa dello spopolamento, e non segue la linea Roma-Napoli.
Popolazione ai censimenti, 1951-2026. Fonte: DatiItalia su dati ISTAT
Sotto Ferriere, nell'elenco dei cali più ripidi dal dopoguerra, i nomi mescolano tutta la penisola. C'è Farini, il paese accanto. C'è Crognaleto, aggrappato al Gran Sasso teramano. C'è Novara di Sicilia, sui monti Peloritani. E c'è Mammola, in Aspromonte, che nel 1951 contava 10.840 persone e oggi ne ha 2.335. Nord, Centro e Sud, uno sotto l'altro nella stessa classifica.
Il filo che li lega non è il parallelo. È la quota. A svuotarsi sono stati i paesi di montagna e di collina interna, lontani dalle valli industriali e dalle spiagge. Lassù l'indice di vecchiaia tocca i valori più alti d'Italia e il tasso di natalità i più bassi: pochi bambini, molti funerali, i ragazzi che se ne vanno a venti anni. Castelmauro nel Molise, San Donato di Ninea nel Cosentino, Petrella Salto nel Reatino ripetono la stessa parabola a centinaia di chilometri di distanza.
Variazione della popolazione dal censimento 1951 a oggi, comuni sopra i 1.000 abitanti. Fonte: DatiItalia su dati ISTAT
Lo stesso censimento che ha svuotato le montagne ha gonfiato le periferie. Fonte Nuova, alle porte di Roma, nel 1951 era un borgo di 583 anime. Oggi ne conta 32.787: è cresciuta del 5.523 per cento, il salto più grande di tutta Italia. Lì accanto Ardea e Pomezia hanno moltiplicato per venti i loro abitanti. E al Nord vale lo stesso: Rozzano, cintura sud di Milano, è passata da 2.701 a 41.724 residenti.
Non è solo questione di metropoli. Policoro, sulla costa ionica della Basilicata, è cresciuta del 1.956 per cento, da 862 a 17.727 persone, perché la gente è scesa dalle colline verso la piana e il mare. La coda lunga dei comuni più popolosi di oggi è fatta di questi paesi giovani, mentre la densità di popolazione si sgretola nell'entroterra. Il censimento non conta un Paese che sparisce. Conta un Paese che ha traslocato.
Popolazione totale ai censimenti, 1951-2026. Fonte: DatiItalia su dati ISTAT
Le proiezioni dell'ISTAT al 2050 non correggono la rotta. La spingono, e sempre più a nord. Il crollo più forte previsto è quello di Rocca de' Giorgi, in provincia di Pavia, in Lombardia: da 45 a 18 abitanti in venticinque anni, quasi due terzi in meno. Dietro di lei, una fila di frazioni alpine e appenniniche, quasi tutte settentrionali.
Sul piano nazionale il massimo è già alle spalle. L'Italia ha toccato il suo picco nel 2019, poi ha invertito la marcia, e da allora ha perso quasi settecentomila residenti in sette anni: come cancellare dalla carta una città come Palermo. Il censimento permanente serve a contarli mentre se ne vanno, uno a uno.
Ferriere, intanto, ha smesso da tempo di aspettare che qualcuno torni. La domanda che il prossimo censimento poserà a 7.896 comuni è sempre la stessa: chi resta, e dove.